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La critica e le Opere

Renzo Bongiovanni Radice

Renzo Bongiovanni Radice, I paesaggi dell’anima
di Elena Pontiggia


C'è un'opera di Renzo Bongiovanni Radice, dipinta intorno al 1920, che si intitola
Bambino. E’ l'abbozzo incompiuto di un volto di bimbo, che tiene in mano o porta alla bocca qualcosa: forse un pezzo di pane o un oggetto qualsiasi. Tutto il nucleo poetico del quadro è nello sguardo del bambino: attento, tenero, quietamente emozionato, rivolto non a quello che ha in mano, ma a quello che ha davanti a sé, allo spettacolo delle cose e della vita.
Perché ci soffermiamo su un'opera tutto sommato secondaria nel percorso dell'artista? Perché quello sguardo di bambino è simile allo sguardo stesso che Bongiovanni Radice gettava sul paesaggio, di cui è stato un così sensibile interprete: uno sguardo carico di sentimento, affettuoso, accorato.
Certo,nel caso del pittore milanese si tratta di un sentimento filtrato da una consapevolezza mentale: come in certe vedute invernali di un cancello o di un albero immersi nella nebbia,dove il silenzio ovattato, l'assenza di figure, il chiarore tenue e introverso dell'ora esprimono una malinconia che diventa anche una meditazione esistenziale. Ma in modo uguale e contrario il pensiero razionale, in Bongiovanni Radice, è sempre venato di sentimento: quel sentimento delicato, timidamente appassionato, elegiaco, che caratterizzerà sempre la sua opera.
Sono proprio i paesaggi i temi in cui la sua sommessa effusione lirica, la sua riflessione intrisa in ugual misura di dolcezza e di tristezza, affiora con più intensità. Pensiamo a opere come
Pompei. Il foro civile, in cui il soggetto classico non ha nulla di aulico e nemmeno di archeologico, ma suggerisce un senso di rarefatta solitudine.
Pensiamo a certe visioni di cancelli degli anni Quaranta, in cui la grata di ferro chiusa davanti a uno spazio deserto dà un’idea di fine ineluttabile: senza gridi, senza retorica, con un sottile senso di smarrimento.
Pensiamo, ancora, a certe visioni parigine, in cui la Ville Lumière non appare certo come la capitale della modernità o come il caffè d’ Europa, ma al contrario, rivestita di un grigiore metallico, fluviale, sembra una cittadina di campagna, insieme placida e inquieta. La natura,allora, diventa non solo il luogo della bellezza, ma anche della vulnerabilità di quella bellezza. Diventa il luogo dell'apparizione, ma anche della malinconia.
Nato a Palazzolo Milanese nel 1899, Bongiovanni Radice appartiene a una generazione, la stessa dei chiaristi, che giunge alla piena maturità nel corso degli anni trenta. Il suo percorso, però, è diverso da quello di Del Bon o di De Rocchi, che pure conobbe e frequentò.
Dopo aver compiuto gli studi a Brera con Andreoli, della cui lezione rimangono tracce nelle sue opere giovanili, si accosta per qualche momento alla ricerca volumetrica del Novecento Italiano. All'inizio degli anni Trenta, però, si trasferisce a Parigi, dove inizialmente studia nell’accademia di Andrè Lhote, e dove continuerà a recarsi per tutta la vita, conducendo da quel momento un’esistenza anfibia, divisa tra Milano e la capitale francese.
Proprio l'esperienza parigina lo avvicina a un maestro come Utrillo, che però interpreta in forme sempre autonome, con un senso profondo della geometria della composizione (“La pittura è prima di tutto composizione, il resto vien dopo” dichiara a Dino Buzzati), mescolato alla memoria della pittura lombarda di ascendenza ottocentesca.


Avanti

Bambino (1928)

pastello su carta - 94 x 64 cm
Milano, Fondazione Pini

Pompei, il Foro Civile (1933)

olio su tela - 50 x 60 cm
Milano, Museo d'Arte Contemporanea

L'idolo (1930)

olio su tela - 125 x 165 cm
Milano, Fondazione Pini

Marina con barca (1916)

acquarello su carta - 15 x 23 cm
Milano, Fondazione Pini

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